Jesse Manley – Dust

artworks-000201412228-ijg6bc-t500x500Polvere. Polvere ovunque. Polvere fino a oscurare il cielo. È il volto di Dio o è il volto del diavolo? Jesse Manley e la sua brigata di musicanti chamber-folk si immergono nel cuore della tempesta: dopo il circo notturno di “A Gothic Folktale” e le stagioni innevate di “Winter“, il nuovo lavoro del songwriter di Denver si rivolge sin dal titolo all’era del “Dust Bowl”, le tempeste di sabbia che hanno devastato le pianure americane negli anni Trenta.
Come in passato, l’album è nato per fare da contrappunto musicale a una rappresentazione teatrale messa in scena dalla compagnia di danza Wonderbound, con la collaborazione della Curious Theatre Company. Ma stavolta Manley ha deciso di mettere più che mai al centro le canzoni, limitando i brani strumentali alla conclusiva “Esther”. Il risultato è un racconto vivido e coinvolgente, capace di evocare senza scontatezza l’animo più profondo dell’America dell’anteguerra.

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Chris Bathgate – Dizzy Seas

bathgatedizzyseascoverUn passo dopo l’altro. Flettersi e distendersi. Il ritmo del respiro che cerca il suo equilibrio, con la lentezza di un fluire ipnotico. Il moto meccanico del corpo, il libero spaziare della mente.
Ha fatto un lungo cammino, Chris Bathgate. Ha attraversato il silenzio dei boschi e la voce dei propri pensieri. Il suo ultimo album, “Salt Year”, risaliva ormai al 2011. Poi, l’anno scorso, lo schivo riaffacciarsi con l’Ep “Old Factory“. Ed ora, finalmente, il ritorno vero e proprio: perché le canzoni del songwriter americano sono fatte della stoffa preziosa delle cose per cui vale ancora la pena attendere.

“As my footsteps start to fade/ How my thoughts they drift away”, annuncia “Northern Country Trail”, il brano chiamato ad anticipare il nuovo disco. Perdersi. Scomparire. È questo che Bathgate ha cercato lungo il percorso, e “Dizzy Seas” ne porta l’eco in ogni nota. Contorni impalpabili come le macchie di Rorschach della copertina, paesaggi atmosferici come il trascolare di un sogno ad occhi aperti: “Vorrei che la mente di chi ascolta potesse vagare liberamente durante una canzone”.
L’essenza è fatta sempre della materia prima del folk, come insegna il lirismo antico del fiddle di “Water”. Ma quel palpitare sottile che freme sottopelle, quello spaziare liquido che abbraccia il suono appartengono a una dimensione più onirica: “Sometimes my thoughts/ Are like lights on the water”.

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The Mountain Goats – Goths

cover_1481728302449167_sq-4f7c122ecaca89593fa5d21f9e01542ec5b93749-s300-c85Essere sè stessi: facile a dirsi. A volte non basta una vita intera. Un tentativo dopo l’altro per cercare di riflettere la propria anima nello specchio: i libri che leggi, la musica che ascolti, il taglio di capelli. Appartenere a qualcosa che dica chi sei. I sociologi la chiamano subcultura, che di solito va a braccetto con giovanile. Ma la ricerca della propria identità non è qualcosa che dura solo fino a quando si è giovani.
Per John Darnielle, la linea d’ombra dell’adolescenza è coincisa con la sua fase goth: un dark, diremmo noi. Capelli tinti di nero, occhiali da sole, eyeliner, jeans scuri e camicia bianca con il colletto rigorosamente abbottonato. “Il mio motto era sembrare un becchino. Vestirsi come se lavorassi in un’agenzia funebre, solo in maniera un po’ più estrema”. E proprio all’importanza di essere (stati) dark, i Mountain Goats hanno deciso di dedicare il loro nuovo disco, intitolato emblematicamente “Goths”.

Non è un caso che si parli proprio di identità, nell’album più distante dalla classica fisionomia musicale dei Mountain Goats. “No comped vocals. No pitch correction. No guitars”, annunciano enfaticamente le liner notes del disco. Per la prima volta, insomma, Darnielle rinuncia del tutto a quella chitarra che, nella gloriosa era a bassa fedeltà, era stata la sua unica compagna di avventura. “Quando sono alla chitarra, la mia eredità è essenzialmente quella folk”, spiega. “Al piano, invece, anche se non sono un grande pianista, il mio approccio è quello del jazz”. Se si aggiunge l’ingresso in pianta stabile nel gruppo del polistrumentista Matt Douglas, responsabile degli arrangiamenti dei fiati, “Goths” rappresenta la sfida di un profondo cambiamento per i Mountain Goats (come testimoniano anche le quattro tracce ambient che compaiono nella deluxe edition dell’album). Una metamorfosi che non riesce però a risultare sempre incisiva come in passato.

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Bob Dylan – Triplicate

TRIP-COVER-650Non è la nostalgia. È qualcosa di più personale, a spingere Bob Dylan ad alzare la posta. A mettere alla prova anche i fan più incalliti, dopo già due dischi di riletture di vecchi standard del Grande Canzoniere Americano, sfoderando addirittura un triplo album all’insegna della stessa formula. “Non è un viaggio lungo il viale dei ricordi o uno struggimento per i bei tempi andati”, replica seccamente a chi evoca l’aggettivo nostalgico. “È qualcosa di accessibile e con i piedi per terra, qualcosa che è qui ed ora”.
Ma che cosa possono avere di attuale, queste canzoni elegantemente demodé? Troppo facile liquidarle come l’ennesimo espediente di Dylan per prendersi gioco delle aspettative, o ancora peggio come il frutto di una qualche sorta di passione senile. Cinque raccolte consecutive non possono essere semplicemente un vezzo: che significato hanno davvero per Dylan?

Un primo indizio viene dalla struttura stessa del nuovo album: la suddivisione dei brani nei tre cd di “Triplicate” non ha nulla di casuale, ma risponde a un rigoroso ordine tematico. Tre capitoli ben distinti, ognuno con il proprio titolo (“‘Til The Sun Goes Down”, “Devil Dolls” e “Comin’ Home Late”), chiamati a formare un unico concept. Come dire che lo scopo di Dylan non è soltanto rendere omaggio al passato, ma comunicare qualcosa di sé.
“C’è così tanto della mia personalità, nei versi di queste canzoni, da permettermi di concentrarmi solo sulle melodie e sugli arrangiamenti”, ha confessato a Bill Flanagan presentando “Triplicate”. Sembra paradossale: il Nobel per la letteratura che si cala totalmente nell’immediatezza in apparenza un po’ leziosa dei testi firmati dai parolieri di Tin Pan Alley. Ma i paradossi, si sa, sono l’arma preferita di Dylan.

Il secondo indizio lo offre lo scrittore Tom Piazza nelle prime righe delle liner notes dell’album: “Spesso serve una vita intera per imparare le cose più importanti, e di solito finiscono per essere anche quelle più semplici. Forse così semplici da non essere traducibili in parole”.
La chiave di lettura comincia a farsi più chiara: il punto è proprio la semplicità. O meglio, la sincerità. Perché è attraverso la semplicità delle parole altrui che Dylan sembra non avere più bisogno di nascondersi. Qualcuno doveva scrivere queste canzoni al posto suo. Per permettergli di mostrarsi per una volta senza travestimenti, con quell’umile e profonda consapevolezza della condizione umana che solo le lezioni impartite dalla vita sono capaci di insegnare.

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Derek Senn – Avuncular

a2351691836_10La vita, la morte e la ristrutturazione del bagno. Le cose di cui parleresti davanti a una birra, in compagnia dei vecchi amici di sempre. Quelli che ormai hanno messo su famiglia, ma che nonostante tutto non hanno smesso di credere nelle cose su cui avevano scommesso.
Sono fatte così, le canzoni di Derek Senn: si soffermano sui pensieri che affollano la vita di tutti i giorni, inezie e drammi, piccoli e grandi istanti di una storia. Sorridono e riflettono, raccontano e restano ad ascoltare. Confidenze dal tono così colloquiale da sembrare prosaico. Ma è proprio in questo che si vede il mestiere del songwriter: nello sguardo capace di penetrare l’ordinarietà del quotidiano per arrivare al cuore della realtà.

A due anni di distanza da “The Technological Breakthrough”, Senn si ripresenta alla porta di John Vanderslice armato solo della sua chitarra acustica. Stavolta lo scenario è quello del nuovo studio di registrazione di Oakland, ma lo spirito è sempre lo stesso: “Ogni canzone è una completa sorpresa, adoro vederle prendere forma”, racconta Senn. Merito dell’approccio rigorosamente analogico di Vanderslice, fatto apposta per cogliere al volo l’intuizione del momento. “Il nastro di registrazione crea un senso di urgenza che non lascia spazio ai ripensamenti, il che penso sia molto positivo”. Perché spesso i ripensamenti finiscono per consumare l’autenticità: “È nella prima take che i musicisti di solito sono più coraggiosi, perché sono in un atteggiamento di esplorazione in cui non hanno paura di commettere errori. Quando si suona uno strumento in maniera difensiva non può venirne niente di buono”.

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2016: Ten songs for…

Dieci canzoni per…

Chi vorrebbe vedere se la gente piange davvero
“Okkervil River R.I.P.”, Okkervil River

Chi fa sul serio, o almeno ci prova
“Are You Serious”, Andrew Bird

Chi non teme le insidie del periodo ipotetico
“Love On The Conditional”, Laish

Chi non vuole spegnere la sveglia
“Wake Up To This”, King Creosote

Chi chiama le cose con il loro nome
“Humbug Mountain Song”, Fruit Bats

Chi ha rubato gli occhiali da sole di “Essi vivono”
“Until It Goes”, John Congleton & The Nighty Nite

Chi vorrebbe essere Frank Lloyd Wright
“Mamah Borthwick (A Sketch)”, Conor Oberst

Chi non ha mai imparato il giro di do
“The Guitar Player”, David Simard

Chi è entrato nel seggio per votare no. Ed è uscito con il cuore trafitto
“Fuck The Government, I Love You”, The Burning Hell

Chi non è ancora pronto
“Traveling Light”, Leonard Cohen

The best of 2016

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1. Leonard Cohen – You Want It Darker
2. David Simard – The Heavy Wait
3. King Creosote – Astronaut Meets Appleman
4. Okkervil River – Away
5. John Congleton & The Nighty Nite – Until The Horror Goes

6. Andrew Bird – Are You Serious
7. Laish – Pendulum Swing
8. Andy Shauf – The Party
9. A Singer Of Songs – Fading
10. Derek Senn – Avuncular

11. Sam Beam & Jesca Hoop – Love Letter For Fire
12. Car Seat Headrest – Teens Of Denial
13. Joseph Arthur – The Family
14. The Burning Hell – Public Library
15. Steven James Adams – Old Magick
16. Scott Matthews – Home Part 2
17. Vandaveer – The Wild Mercury
18. M. Ward – More Rain
19. Conor Oberst – Ruminations
20. Frederick Squire – Spooky Action At A Distance

21. Fruit Bats – Absolute Loser
22. Hiss Golden Messenger – Heart Like A Levee
23. Dan Edmonds – Ladies On The Corner
24. Henri Bardot – Blue Night
25. Hayes Carll – Lovers And Leavers
26. Kevin Morby – Singing Saw
27. AJJ – The Bible 2
28. Felice Brothers – Life In The Dark
29. Tom Brosseau – North Dakota Impressions
30. Dan Michaelson & The Coastguards – Memory

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