Bruce Springsteen. Dreams are alive tonite

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Questione di legami. Legami che non si possono spezzare. “You can’t break the ties that bind”. Non è altro che questo, “The River”: il racconto di come sia l’appartenenza a un legame a definire quello che sei.
È lo stesso motivo per cui ti trovi lì, presente all’appello nelle ultime vampate di una sera di inizio luglio, a tenere sollevato sopra la testa un rettangolo azzurro (azzurro “The River”, manco a dirlo). In attesa dell’ingresso in scena di Bruce Springsteen. “You can’t forsake the ties that bind”.

Ed eccolo, Bruce, affacciarsi sul palco di San Siro mentre ancora una volta le note di Morricone scorrono con la solennità di un inno. Lo sguardo si alza verso le tribune e per un attimo sembra restare impigliato in quelle migliaia di occhi che cercano i suoi. “Dreams are alive tonite“. È come un abbraccio, quella scritta che percorre gli spalti dello stadio in tutta la loro lunghezza. C’è dietro un lavoro di mesi, un progetto di crowdfunding, la passione di un gruppo di fan. Un’impresa già riuscita nel 2013, sempre a San Siro: “Our love is real“, recitava la scritta quella volta, ed è anche il nome che hanno scelto per farsi riconoscere. A cui hanno deciso di appartenere.
Bruce legge una lettera dopo l’altra, segue la traccia di quelle parole fatte di persone (desideri, illusioni, speranze), le indica con un dito. Poi annuisce lentamente, con la consapevolezza di chi si riconosce nella stessa lingua, nello stesso cuore.

È da sempre una dinamica viscerale, quella che unisce Springsteen al suo pubblico. L’ha raccontata alla perfezione Baillie Walsh nel suo documentario “Springsteen & I“, portando sullo schermo tutto il palpitare delle vite dei fan. Impossibile prescindere dall’unicità di quella relazione, se si vuole capire l’aura quasi mistica che circonda il racconto di ogni suo concerto. “Trionfo a Milano”, “Gladiatore del rock”, “L’amore continua”: depurata dall’inevitabile dose di retorica, da tutto il corredo di enfasi a buon mercato, è sempre una questione di legami.
“You sit and wonder just who’s gonna stop the rain/ who’ll ease the sadness, who’s gonna quiet your pain”. Quando arrivi a un concerto di Springsteen, ti porti addosso tutto il fardello della vita che grava sulle spalle. Non per metterlo da parte, ma per trasfigurarlo in qualcosa d’altro: nel rinnovarsi di una promessa. “It’s a long dark highway and a thin white line/ Connecting baby your heart to mine”. Al di là dell’effetto-karaoke, al di là dei cori da stadio, al di là delle smorfie e delle gag, è quella sottile linea di connessione che tutti stanno aspettando.

When the audience becomes the band“, ha twittato Nils Lofgren per dire il suo “Grazie Milano” all’indomani della prima serata italiana del “The River Tour” 2016. Non è altro che una galleria di istantanee, questa, una raccolta di souvenir ripescati nella memoria di uno scampolo d’estate, tra le luci di San Siro che scrivono la loro dichiarazione d’amore alla E Street Band e la marea di cuori rossi che si solleva dalle prime file del Circo Massimo. Ma quello che conta è la corrispondenza che sta dietro le immagini, quel patto di sangue indissolubile tra audience e band. “The best audience in the world”, ripete Springsteen. Nella calura del pomeriggio, al pubblico milanese ha regalato la sorpresa di una memorabile “Growin’ Up” acustica. Perché “siamo cresciuti insieme”, come aveva proclamato nel 2003, a suggello dello storico ritorno a San Siro dopo il 1985. “È bello essere tornato a casa”. Ancora una volta.

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