Okkervil River – Away

okkervil-river-cover-art_sq-f5f744e65dc9b758d407e680fbbf2fc4d588c7a7-s300-c85Morire. Rinascere. Comincia con un funerale, l’ottavo album degli Okkervil River. Un cimitero di campagna, una funeral band dall’aria dimessa, un predicatore con le braccia levate al cielo. E la salma di Will Sheff che canta la sua stessa dipartita. “Okkervil River R.I.P.”, annuncia il brano chiamato ad aprire il disco: un necrologio per il passato, un prologo per il futuro. Le esequie messe in scena nel video non sono che il primo capitolo di un nuovo racconto. Will Sheff è più vivo che mai e “Away” è l’atto della sua personalissima rifondazione.

A volte bisogna perdere tutto per poter ricominciare. La realtà deve metterci alle strette, per convincerci ad abbandonare le gabbie che ci siamo costruiti intorno: “Forse quando le cose ti crollano addosso è perché non erano fatte per durare”, riflette Sheff. Negli ultimi anni, dopo l’uscita di “The Silver Gymnasium”, di cambiamenti la sua vita ne ha subiti parecchi: dalla diaspora dei vecchi compagni di band alla disillusione nei confronti di un’industria musicale sempre più allo sbando, fino ad arrivare alla scomparsa del nonno, T. Holmes “Bud” Moore, ai suoi occhi l’ultimo vero gigante in un mondo di nani.
Così, Sheff ha deciso di lasciarsi tutto alle spalle. In perfetta solitudine, in una casa tra i boschi dei monti Catskill, i pensieri hanno ricominciato a prendere la forma di canzoni. Canzoni scritte più per se stesso che per gli altri, senza nemmeno la certezza che gli Okkervil River, alla fine, sarebbero esistiti ancora.

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Bruce Springsteen. Dreams are alive tonite

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Questione di legami. Legami che non si possono spezzare. “You can’t break the ties that bind”. Non è altro che questo, “The River”: il racconto di come sia l’appartenenza a un legame a definire quello che sei.
È lo stesso motivo per cui ti trovi lì, presente all’appello nelle ultime vampate di una sera di inizio luglio, a tenere sollevato sopra la testa un rettangolo azzurro (azzurro “The River”, manco a dirlo). In attesa dell’ingresso in scena di Bruce Springsteen. “You can’t forsake the ties that bind”.

Ed eccolo, Bruce, affacciarsi sul palco di San Siro mentre ancora una volta le note di Morricone scorrono con la solennità di un inno. Lo sguardo si alza verso le tribune e per un attimo sembra restare impigliato in quelle migliaia di occhi che cercano i suoi. “Dreams are alive tonite“. È come un abbraccio, quella scritta che percorre gli spalti dello stadio in tutta la loro lunghezza. C’è dietro un lavoro di mesi, un progetto di crowdfunding, la passione di un gruppo di fan. Un’impresa già riuscita nel 2013, sempre a San Siro: “Our love is real“, recitava la scritta quella volta, ed è anche il nome che hanno scelto per farsi riconoscere. A cui hanno deciso di appartenere.
Bruce legge una lettera dopo l’altra, segue la traccia di quelle parole fatte di persone (desideri, illusioni, speranze), le indica con un dito. Poi annuisce lentamente, con la consapevolezza di chi si riconosce nella stessa lingua, nello stesso cuore.

È da sempre una dinamica viscerale, quella che unisce Springsteen al suo pubblico. L’ha raccontata alla perfezione Baillie Walsh nel suo documentario “Springsteen & I“, portando sullo schermo tutto il palpitare delle vite dei fan. Impossibile prescindere dall’unicità di quella relazione, se si vuole capire l’aura quasi mistica che circonda il racconto di ogni suo concerto. “Trionfo a Milano”, “Gladiatore del rock”, “L’amore continua”: depurata dall’inevitabile dose di retorica, da tutto il corredo di enfasi a buon mercato, è sempre una questione di legami.
“You sit and wonder just who’s gonna stop the rain/ who’ll ease the sadness, who’s gonna quiet your pain”. Quando arrivi a un concerto di Springsteen, ti porti addosso tutto il fardello della vita che grava sulle spalle. Non per metterlo da parte, ma per trasfigurarlo in qualcosa d’altro: nel rinnovarsi di una promessa. “It’s a long dark highway and a thin white line/ Connecting baby your heart to mine”. Al di là dell’effetto-karaoke, al di là dei cori da stadio, al di là delle smorfie e delle gag, è quella sottile linea di connessione che tutti stanno aspettando.

When the audience becomes the band“, ha twittato Nils Lofgren per dire il suo “Grazie Milano” all’indomani della prima serata italiana del “The River Tour” 2016. Non è altro che una galleria di istantanee, questa, una raccolta di souvenir ripescati nella memoria di uno scampolo d’estate, tra le luci di San Siro che scrivono la loro dichiarazione d’amore alla E Street Band e la marea di cuori rossi che si solleva dalle prime file del Circo Massimo. Ma quello che conta è la corrispondenza che sta dietro le immagini, quel patto di sangue indissolubile tra audience e band. “The best audience in the world”, ripete Springsteen. Nella calura del pomeriggio, al pubblico milanese ha regalato la sorpresa di una memorabile “Growin’ Up” acustica. Perché “siamo cresciuti insieme”, come aveva proclamato nel 2003, a suggello dello storico ritorno a San Siro dopo il 1985. “È bello essere tornato a casa”. Ancora una volta.

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Advance Base. Un rifugio contro il gelo

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Scrivere canzoni: ovvero il modo più immediato per entrare in connessione con gli altri. Un solitario come Owen Ashworth l’ha imparato fin da ragazzo. Le canzoni possono creare storie, esorcizzare gli incubi, salvare dalla depressione natalizia. Persino proteggere dal freddo che attanaglia il cuore, come suggerisce il nuovo moniker scelto da Ashworth. Gli abbiamo chiesto di ripercorrere insieme a noi la sua traiettoria da Casiotone For The Painfully Alone a Advance Base, in occasione dell’uscita del nuovo album dal vivo “In Bloomington”.

Ci racconteresti qualcosa a proposito degli inizi del tuo percorso musicale? Quando e come ti sei reso conto di voler diventare un musicista?
Non mi ricordo quando è iniziato, ma già da ragazzo avevo un forte desiderio di entrare in connessione con le persone attraverso l’arte. Penso che fosse semplicemente un’estensione naturale del mio carattere solitario, malinconico, timido, narcisista ecc. Non me la cavavo sempre molto bene a parlare con le persone, ma desideravo tantissimo sentirmi compreso. Ho provato una quantità di mezzi di espressione differenti (scrittura, disegno, recitazione, cinema, tanto per citarne qualcuno) prima di arrivare ad accostarmi alla musica in una qualche forma seria. Penso che sia stato nella tarda adolescenza che è davvero cominciato a sembrarmi possibile scrivere e registrare le mie canzoni. Ero molto attratto dall’immediatezza della musica pop. È come una sensazione di elettricità. Boom! Sensazioni istantanee, connessione istantanea.

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Advance Base – In Bloomington

AdvanceBase_InBloomington_FRONTCOVER_RGB_forWEBE Owen il solitario ritrovò la compagnia. È un live molto particolare, per l’ex-Casiotone For The Painfully Alone, quello immortalato da “In Bloomington”. Un live condotto, in via del tutto eccezionale, al fianco di una band vera e propria, chiamata a raccolta per due soli concerti alla fine del 2015. Il formato ideale per dare corpo alle canzoni della sua seconda vita a nome Advance Base, ovvero l’anima più propriamente cantautorale di Owen Ashworth.

La scelta di trarre un album dal vivo da uno di quei concerti, in realtà, è nata solo a posteriori: ma ad Ashworth è bastato ascoltare la registrazione catturata (a sua insaputa) dall’ingegnere del suono, Andy Beargie, per sentire immediatamente il bisogno di condividere quell’esperienza con più persone possibile. E così, la sua etichetta Orindal Records ha sfornato un prezioso vinile a tiratura limitata con i dieci brani della serata, perfetto biglietto da visita per chi avesse perso di vista il songwriter americano dopo che ha appeso il fidato Casiotone al chiodo.

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Joseph Arthur – The Family

857-1049C’era una volta un pianoforte. Uno Steinway Vertegrand del 1912, nobile e austero come quello che troneggiava negli studi di Abbey Road. Per un secolo è appartenuto alla stessa famiglia, in una villa da qualche parte nel Connecticut. Joseph Arthur l’ha comprato da un restauratore di Brooklyn, l’ha fatto portare nel suo studio, l’ha salvato dagli allagamenti quando l’uragano Sandy si è abbattuto su New York. E appena si è messo a suonarlo, le canzoni di “The Family” hanno cominciato a sgorgare come un torrente in piena.

“È come se queste storie fossero state lì ad aspettarmi”, racconta. “Forse erano chiuse in quel pianoforte. O forse comporre su quello strumento è stato come una liberazione”. Che sia stato il riscatto dalla frustrazione delle lezioni di piano prese da ragazzino o l’eco dei fantasmi nascosti nel vecchio Steinway, quel che è certo è che la musa di Arthur ha ritrovato ancora una volta la propria voce. Misurandosi con un tema tutt’altro che semplice da affrontare (oggi più che mai) come la famiglia. O, per dirlo con le sue stesse parole, “il modo in cui le dinamiche familiari ci formano e fanno di noi quello che siamo”.

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M. Ward – More Rain

m-ward_cvr_sq-56d623a18e488d6e7b0f5d58cdd36533a0b94430-s300-c85Riconferma o ripetizione, questo è il dilemma. Quando un autore arriva a consolidare una cifra stilistica collaudata e riconoscibile come quella di M. Ward, la tentazione è dietro l’angolo: ogni nuovo disco rischia di essere etichettato subito come il solito disco.
“More Rain”, ottavo capitolo di una carriera praticamente senza inciampi, non fa niente per sciogliere il dubbio. Mettendo deliberatamente in scena tutto quello che ci si potrebbe attendere da un album di M. Ward: eleganza retro-pop, cantautorato dalle ascendenze folk e una lista di ospiti ancor più ricca che in passato. “Tutti i miei dischi, nella mia mente, sono come un unico, lungo album”, ammette lui stesso. Se il precedente “A Wasteland Companion” era già un perfetto riassunto delle puntate precedenti, “More Rain” suona insomma come un passo in più verso il confine con la maniera.

L’eco della pioggia che introduce il disco è il suono di una giornata uggiosa sotto le nuvole di Portland, quando la musica diventa l’unica compagna capace di riportare il sole. “La musica è la reazione migliore al brutto tempo”, conferma Ward. E la musica di “More Rain” è un continuo tentativo di riportare il sereno, nel cielo come nella vita: “Tutte le mattine leggo il New York Times e spesso sembra solo che le cose vadano sempre peggio. Nella mia vita, la musica ha la capacità di incanalare tutta l’ansia e la negatività”.

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Bob Dylan – Fallen Angels

bob-dylan-fallen-angels-new-album-2016Angeli caduti, canzoni dimenticate. Bob Dylan si china su di loro, le prende per mano, le aiuta a rialzarsi. Forse non altro è che questa, la missione del songwriter: la devozione alla canzone.
Difficile, del resto, immaginare una motivazione commerciale dietro alla scelta di Dylan di pubblicare un nuovo volume di riletture di standard pop americani: anche se il precedente “Shadows in the Night” ha ricevuto l’immancabile plebiscito della critica, quanti sentivano davvero il bisogno di ritrovare Dylan ancora una volta alle prese con il repertorio di Frank Sinatra?
Ma al vecchio menestrello, appunto, interessano solo le canzoni. E queste, per lui, oggi sono le canzoni più vere di tutte.

In realtà, lo infastidisce persino definirle cover: “È una sorta di termine denigratorio, una parola che si è insinuata nel gergo musicale. Negli anni Cinquanta o Sessanta nessuno l’avrebbe capita. Fare una cover vuol dire nascondere qualcosa”. Il suo scopo, invece, è tutto l’opposto: non coprire, ma svelare. Non sovrapporre alle canzoni la sua personalità, ma permettere alla loro essenza di emergere, di riaffiorare dopo decenni di stratificazioni musicali.
“Se non credi a quello che dice una canzone, se non l’hai vissuto, non ha molto senso interpretarla”, afferma deciso Dylan. “Un attore finge di essere un altro, un cantante no. Non si nasconde dietro a nulla. È questa la differenza”. La chiave di tutto sta in questo tipo di immedesimazione, nel bisogno di riappropriarsi della verità delle parole più semplici. Un po’ com’era accaduto oltre vent’anni fa con un altro fondamentale dittico di album, quello composto da “Good As I Been to You” e “World Gone Wrong”.

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