The best of 2016

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1. Leonard Cohen – You Want It Darker
2. David Simard – The Heavy Wait
3. King Creosote – Astronaut Meets Appleman
4. Okkervil River – Away
5. John Congleton & The Nighty Nite – Until The Horror Goes

6. Andrew Bird – Are You Serious
7. Laish – Pendulum Swing
8. Andy Shauf – The Party
9. A Singer Of Songs – Fading
10. Derek Senn – Avuncular

11. Sam Beam & Jesca Hoop – Love Letter For Fire
12. Car Seat Headrest – Teens Of Denial
13. Joseph Arthur – The Family
14. The Burning Hell – Public Library
15. Steven James Adams – Old Magick
16. Scott Matthews – Home Part 2
17. Vandaveer – The Wild Mercury
18. M. Ward – More Rain
19. Conor Oberst – Ruminations
20. Frederick Squire – Spooky Action At A Distance

21. Fruit Bats – Absolute Loser
22. Hiss Golden Messenger – Heart Like A Levee
23. Dan Edmonds – Ladies On The Corner
24. Henri Bardot – Blue Night
25. Hayes Carll – Lovers And Leavers
26. Kevin Morby – Singing Saw
27. AJJ – The Bible 2
28. Felice Brothers – Life In The Dark
29. Tom Brosseau – North Dakota Impressions
30. Dan Michaelson & The Coastguards – Memory

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Leonard Cohen – You Want It Darker

leonard_cohen_you_want_it_darkerHinneni, hinneni. Parole antiche, parole che vengono da lontano. Dalle labbra di Abramo, dai rotoli della Torah. Da una voce arrochita dalle stagioni, scavata dal mestiere di vivere.
Quando non aveva ancora quarant’anni, Leonard Cohen aveva raccontato il sacrificio di Isacco attraverso gli occhi del figlio, della vittima predestinata. “Story Of Isaac”, si intitolava quella canzone, e aveva l’aspetto di una profezia della violenza dei tempi. Sulla soglia del grande mistero, il suo sguardo è diventato quello di Abramo. Quello del padre che affida completamente se stesso: hinneni, eccomi.

Consonanze del destino: proprio intorno a quella parola, un altro autore ha costruito negli stessi mesi il suo affresco letterario più ambizioso. Di Cohen potrebbe essere il figlio, eppure sarebbe difficile immaginare una sintonia più profonda. Nel suo “Eccomi”, Jonathan Safran Foer parla di essere padri e di essere figli, di appartenere a un popolo e di appartenere a una famiglia. E, al centro di tutto, c’è sempre la risposta di Abramo. “Non dice: ‘Che cosa vuoi?’. Non dice: ‘Sì?’. Risponde con una dichiarazione: “Eccomi”. Qualunque cosa Dio voglia, Abramo è completamente presente per lui, senza condizioni o riserve o necessità di spiegazioni”.
“I’m ready, my Lord”, mormora Cohen nel primo brano del suo ultimo disco. In una grigia mattina d’autunno, quel sussurro è diventato un addio. La verità della notizia che gli occhi fissano increduli su uno schermo. Ma non gli si renderebbe giustizia, a considerare quelle parole solo come un commiato. Dire “Eccomi” è molto di più, ci ricorda Safran Foer: è ciò che più di tutto definisce la nostra identità. È essere completamente presenti di fronte alla realtà, anche quando la sua domanda sfugge alla comprensione. Perché “non puoi impedire alle cose di succedere, puoi solo scegliere di non esserci”.

 

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A Singer Of Songs – Fading

portada-fadingUn casolare in mezzo al nulla, sulle colline della Catalogna. Panorami silenziosi, folate di vento secco e un cavallo battezzato “Supertramp”. È nato lì il nuovo album targato A Singer Of Songs, nell’isolamento bucolico degli studi Pastallé Sound. “In qualche modo ho sempre immaginato colline deserte e freddi cieli notturni, mentre ascoltavo i demo delle canzoni”, racconta Lieven Scheerlinck. “Così, quando il nostro bassista Pau Julià mi ha parlato degli studi Pastallé ho subito capito che si trattava dell’unico posto in cui avremmo potuto realizzare questo disco nel modo in cui doveva essere realizzato. Con molto silenzio intorno, lontano dal mondo che conosciamo. Per trovare la musica nel silenzio”.
Se si ascolta attentamente, si possono sentire in sottofondo persino gli scricchiolii delle assi di legno della vecchia cucina della fattoria. La natura che abbraccia la musica con il suo calore.

All’inizio c’era solo qualche parola scarabocchiata su un tovagliolo del caffè dietro l’angolo, l’eco di una melodia che si affaccia improvvisamente alla mente andando a fare la spesa. Poi, lentamente, tutto ha cominciato a prendere forma. Non per la via solitaria degli esordi, ma attraverso una relazione sempre più profonda con gli altri: “Fading” è un passo in più nella metamorfosi di A Singer Of Songs dalla dimensione individuale a quella collettiva. Il disco di una band a tutti gli effetti, rafforzata dall’ingresso di uno degli alfieri della storica formazione indie-rock asturiana Manta Ray, Frank Rudow: “Con nostra grande sorpresa è stato subito sedotto dalle nostre canzoni”, spiega Scheerlinck, “ e dopo esserci incontrati solo una volta è diventato non solo il produttore del disco, ma anche il nostro nuovo batterista”.

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Una poesia è una persona nuda (Dylan, il Nobel e la Canzone)

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C’erano le locuste, quel giorno. Il loro canto in lontananza era più dolce di qualsiasi elogio.
Nel giugno del 1970, l’Università di Princeton assegnò una laurea ad honorem a Bob Dylan. Era solo il primo dei riconoscimenti accademici che avrebbero costellato la carriera del songwriter americano. E forse proprio per questo Dylan ha sentito il bisogno di raccontare quel giorno in una canzone. “Day Of The Locusts”, l’ha intitolata: un incubo canicolare in cui l’unica via d’uscita sembra essere la fuga.
“Quando venne il mio turno di accettare il diploma, l’oratore che mi presentava disse più o meno che mi ero distinto in carminibus canendis”, ricorda Dylan nel primo volume della sua autobiografia, “Chronicles”. Poi, l’oratore aggiunse che Dylan continuava a essere “l’autentica espressione della turbata e impegnata coscienza della Giovane America”. “Feci quasi un salto. Un tremito mi scosse tutto, ma rimasi senza espressione. La turbata coscienza della Giovane America! Non riuscivo a crederci. Ci ero cascato un’altra volta. Avrebbe potuto dire molte cose, avrebbe potuto almeno accennare alla mia musica”.

Sono passati quasi cinquant’anni, da allora, e Dylan ha ricevuto ormai ogni genere di premi. Grammy, Oscar, Medaglia della Libertà, persino il Pulitzer. E ora, il Nobel per la letteratura. Chissà se avrà sentito ancora il canto delle locuste. Chissà se avrà pensato ancora che avrebbero potuto almeno accennare alla sua musica. Il giorno dell’annuncio, Dylan è salito sul palco a Las Vegas e ha attaccato come tutte le sere con “Rainy Day Women #12 & 35”. Al Nobel, manco a dirlo, nemmeno un accenno. L’Accademia svedese ha riferito di non essere riuscita a mettersi in contatto con il vincitore. Dylan è sempre Dylan.
Non che i premi, per lui, non significhino nulla. Non li ha mai rifiutati, compreso il diploma di Princeton: “Ne avevo bisogno. Comunque lo si guardasse, toccasse o annusasse, comunicava rispettabilità e conteneva qualche traccia dello spirito dell’universo”. Nel 2012, in una lunga intervista a Rolling Stone, Mikal Gilmore gli ha chiesto per chi accettasse tutti i suoi riconoscimenti: “Li accetto per me e solo per me. Non li considero sotto nessun’altra luce e non passo molto tempo a pensarci sopra”.
C’è una buona dose di vanità e di senso di riscatto, nel ricevere la legittimazione del mondo accademico: tutte cose per cui l’ego dylaniano ha da sempre un debole. Il che non vuole necessariamente dire, però, che gli interessino davvero. Non quanto la musica.

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Okkervil River – Away

okkervil-river-cover-art_sq-f5f744e65dc9b758d407e680fbbf2fc4d588c7a7-s300-c85Morire. Rinascere. Comincia con un funerale, l’ottavo album degli Okkervil River. Un cimitero di campagna, una funeral band dall’aria dimessa, un predicatore con le braccia levate al cielo. E la salma di Will Sheff che canta la sua stessa dipartita. “Okkervil River R.I.P.”, annuncia il brano chiamato ad aprire il disco: un necrologio per il passato, un prologo per il futuro. Le esequie messe in scena nel video non sono che il primo capitolo di un nuovo racconto. Will Sheff è più vivo che mai e “Away” è l’atto della sua personalissima rifondazione.

A volte bisogna perdere tutto per poter ricominciare. La realtà deve metterci alle strette, per convincerci ad abbandonare le gabbie che ci siamo costruiti intorno: “Forse quando le cose ti crollano addosso è perché non erano fatte per durare”, riflette Sheff. Negli ultimi anni, dopo l’uscita di “The Silver Gymnasium”, di cambiamenti la sua vita ne ha subiti parecchi: dalla diaspora dei vecchi compagni di band alla disillusione nei confronti di un’industria musicale sempre più allo sbando, fino ad arrivare alla scomparsa del nonno, T. Holmes “Bud” Moore, ai suoi occhi l’ultimo vero gigante in un mondo di nani.
Così, Sheff ha deciso di lasciarsi tutto alle spalle. In perfetta solitudine, in una casa tra i boschi dei monti Catskill, i pensieri hanno ricominciato a prendere la forma di canzoni. Canzoni scritte più per se stesso che per gli altri, senza nemmeno la certezza che gli Okkervil River, alla fine, sarebbero esistiti ancora.

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Bruce Springsteen. Dreams are alive tonite

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Questione di legami. Legami che non si possono spezzare. “You can’t break the ties that bind”. Non è altro che questo, “The River”: il racconto di come sia l’appartenenza a un legame a definire quello che sei.
È lo stesso motivo per cui ti trovi lì, presente all’appello nelle ultime vampate di una sera di inizio luglio, a tenere sollevato sopra la testa un rettangolo azzurro (azzurro “The River”, manco a dirlo). In attesa dell’ingresso in scena di Bruce Springsteen. “You can’t forsake the ties that bind”.

Ed eccolo, Bruce, affacciarsi sul palco di San Siro mentre ancora una volta le note di Morricone scorrono con la solennità di un inno. Lo sguardo si alza verso le tribune e per un attimo sembra restare impigliato in quelle migliaia di occhi che cercano i suoi. “Dreams are alive tonite“. È come un abbraccio, quella scritta che percorre gli spalti dello stadio in tutta la loro lunghezza. C’è dietro un lavoro di mesi, un progetto di crowdfunding, la passione di un gruppo di fan. Un’impresa già riuscita nel 2013, sempre a San Siro: “Our love is real“, recitava la scritta quella volta, ed è anche il nome che hanno scelto per farsi riconoscere. A cui hanno deciso di appartenere.
Bruce legge una lettera dopo l’altra, segue la traccia di quelle parole fatte di persone (desideri, illusioni, speranze), le indica con un dito. Poi annuisce lentamente, con la consapevolezza di chi si riconosce nella stessa lingua, nello stesso cuore.

È da sempre una dinamica viscerale, quella che unisce Springsteen al suo pubblico. L’ha raccontata alla perfezione Baillie Walsh nel suo documentario “Springsteen & I“, portando sullo schermo tutto il palpitare delle vite dei fan. Impossibile prescindere dall’unicità di quella relazione, se si vuole capire l’aura quasi mistica che circonda il racconto di ogni suo concerto. “Trionfo a Milano”, “Gladiatore del rock”, “L’amore continua”: depurata dall’inevitabile dose di retorica, da tutto il corredo di enfasi a buon mercato, è sempre una questione di legami.
“You sit and wonder just who’s gonna stop the rain/ who’ll ease the sadness, who’s gonna quiet your pain”. Quando arrivi a un concerto di Springsteen, ti porti addosso tutto il fardello della vita che grava sulle spalle. Non per metterlo da parte, ma per trasfigurarlo in qualcosa d’altro: nel rinnovarsi di una promessa. “It’s a long dark highway and a thin white line/ Connecting baby your heart to mine”. Al di là dell’effetto-karaoke, al di là dei cori da stadio, al di là delle smorfie e delle gag, è quella sottile linea di connessione che tutti stanno aspettando.

When the audience becomes the band“, ha twittato Nils Lofgren per dire il suo “Grazie Milano” all’indomani della prima serata italiana del “The River Tour” 2016. Non è altro che una galleria di istantanee, questa, una raccolta di souvenir ripescati nella memoria di uno scampolo d’estate, tra le luci di San Siro che scrivono la loro dichiarazione d’amore alla E Street Band e la marea di cuori rossi che si solleva dalle prime file del Circo Massimo. Ma quello che conta è la corrispondenza che sta dietro le immagini, quel patto di sangue indissolubile tra audience e band. “The best audience in the world”, ripete Springsteen. Nella calura del pomeriggio, al pubblico milanese ha regalato la sorpresa di una memorabile “Growin’ Up” acustica. Perché “siamo cresciuti insieme”, come aveva proclamato nel 2003, a suggello dello storico ritorno a San Siro dopo il 1985. “È bello essere tornato a casa”. Ancora una volta.

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Advance Base. Un rifugio contro il gelo

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Scrivere canzoni: ovvero il modo più immediato per entrare in connessione con gli altri. Un solitario come Owen Ashworth l’ha imparato fin da ragazzo. Le canzoni possono creare storie, esorcizzare gli incubi, salvare dalla depressione natalizia. Persino proteggere dal freddo che attanaglia il cuore, come suggerisce il nuovo moniker scelto da Ashworth. Gli abbiamo chiesto di ripercorrere insieme a noi la sua traiettoria da Casiotone For The Painfully Alone a Advance Base, in occasione dell’uscita del nuovo album dal vivo “In Bloomington”.

Ci racconteresti qualcosa a proposito degli inizi del tuo percorso musicale? Quando e come ti sei reso conto di voler diventare un musicista?
Non mi ricordo quando è iniziato, ma già da ragazzo avevo un forte desiderio di entrare in connessione con le persone attraverso l’arte. Penso che fosse semplicemente un’estensione naturale del mio carattere solitario, malinconico, timido, narcisista ecc. Non me la cavavo sempre molto bene a parlare con le persone, ma desideravo tantissimo sentirmi compreso. Ho provato una quantità di mezzi di espressione differenti (scrittura, disegno, recitazione, cinema, tanto per citarne qualcuno) prima di arrivare ad accostarmi alla musica in una qualche forma seria. Penso che sia stato nella tarda adolescenza che è davvero cominciato a sembrarmi possibile scrivere e registrare le mie canzoni. Ero molto attratto dall’immediatezza della musica pop. È come una sensazione di elettricità. Boom! Sensazioni istantanee, connessione istantanea.

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